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storia

Storia dell'Università degli Studi di Milano

La Regia Università di Milano fu istituita in virtù del decreto di riordinamento dell’istruzione superiore del 30 settembre 1923, n. 2102, la nota riforma del sistema universitario promossa dal ministro della Pubblica istruzione Giovanni Gentile, che all’articolo 143 prevedeva per Milano un’università formata “dall’attuale R. Accademia scientifico-letteraria” trasformata in Facoltà di Lettere e Filosofia, “e dagli Istituti clinici di perfezionamento”. 
In realtà la stessa norma non precludeva la possibilità di instaurare anche a Milano un’università completa, secondo le tradizionali quattro facoltà di Giurisprudenza, Lettere e Filosofia, Medicina e Chirurgia e Scienze. Attraverso questo varco si inserì l’ambizione e la capacità organizzativa di Luigi Mangiagalli che riuscì a coagulare intorno al progetto di università completa l’élite finanziaria e culturale cittadina.
Aderirono al comitato provvisorio incaricato di predisporre la convenzione i rappresentanti del Comune, della Provincia, della Camera di Commercio, della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, dell’Amministrazione degli enti ospitalieri; la sottoscrizione aperta nel gennaio 1924 per il reperimento delle risorse superò in breve tempo i dieci milioni di lire. Un altro comitato procedeva contemporaneamente a stilare lo schema dello Statuto.
La convenzione “per la costituzione e il mantenimento della Regia Università”, stipulata presso la Prefettura di Milano il 28 agosto 1924, contemplava, oltre alle facoltà sopra indicate, anche l’istituzione delle Scuole di perfezionamento medico chirurgiche e della Scuola di Lingue e Letterature straniere moderne. L’8 dicembre successivo, alla presenza del ministro della pubblica istruzione Alessandro Casati, si svolgeva la cerimonia di inaugurazione.

Nell’anno accademico 1929/30 venne istituito presso la Facoltà di Scienze matematiche, naturali e di chimica industriale il corso di laurea in Fisica applicata, così che la Facoltà mutò il nome in Facoltà di Scienze, anche se fino alla fine degli anni Quaranta il corso di laurea in Chimica industriale continuò ad attirare il maggior numero di iscrizioni.  Nel 1932 venne aggregato all’Università il R. Istituto superiore di Medicina veterinaria, trasformato in Facoltà, mentre nel 1935 confluì il R. Istituto superiore Agrario, trasformato anch’esso in Facoltà di Scienze agrarie. Nel 1941/42 vennero attivati i corsi di laurea in Scienze biologiche e in Scienze geologiche.

Con la fine della guerra e della dittatura, all’opera di ricostruzione materiale delle strutture universitarie (i danni subiti dall’Ateneo milanese furono molto ingenti) si affiancarono i provvedimenti del governo volti a restaurare l’autonomia universitaria. Nel maggio 1948 venne deciso l’inquadramento nei ruoli statali del personale assistente, tecnico e subalterno, prima a carico del bilancio universitario.

Per quanto le difficoltà a mantenere l’equilibrio finanziario e a contenere i disavanzi annuali perdurassero fino al 1958, gli anni Cinquanta furono un periodo di grande sviluppo e di crescente prestigio per l’Università degli Studi di Milano. La presenza di docenti di chiara fama in tutte le sei facoltà costituiva un catalizzatore per lo svolgimento di numerosi congressi nazionali ed internazionali nel capoluogo lombardo. A partire dal 1947, con fondi del CNR, iniziò la costituzione di centri di ricerca affiancati agli istituti: il Centro di studi di chimica metallurgica, il Centro di studi del sottosuolo della Valle Padana, il Centro per lo studio degli anticrittogamici e degli insetticidi, il Centro di studi di genetica umana, il Centro di cibernetica per la riproduzione meccanica dell’attività mentale, il Centro di calcolo elettronico numerico. Nel 1956 la Comunità economica del carbone e dell’acciaio commissionò alla Clinica del lavoro, all’Istituto di Fisiologia e all’Istituto di Anatomia umana la conduzione di una serie di ricerche sulle malattie professionali. Nello stesso periodo, il progresso degli studi condotti nell’Istituto di Fisica diretto da Giovanni Polvani, costituì il presupposto per l’ottenimento dei cospicui finanziamenti diretti alla realizzazione, nel decennio successivo, della struttura ospitante il ciclotrone. Un’imponente attività di ristrutturazione ed ampliamento edilizio, finanziata su fondi del Ministero dei Lavori pubblici, coinvolse soprattutto la Facoltà di Scienze, ma anche di Medicina, di Agraria e di Veterinaria e portò nell’arco di dieci anni, tra il 1945 e il 1955, al raddoppio della cubatura degli edifici.

Nel discorso inaugurale dell’anno accademico 1958/59, il rettore De Francesco, tracciando un bilancio dei suoi dieci anni di attività rettorale, quantificava in oltre due miliardi e 200 milioni la spesa complessiva per opere edilizie sostenuta nel decennio 1948-1958. Peraltro, la cifra non comprendeva le somme occorse per la ricostruzione dell’ex Ospedale Maggiore destinato a sede centrale, erogate dal Provveditorato alle opere pubbliche e dal Genio civile sui fondi per gli indennizzi dei danni di guerra. Il trasferimento del rettorato, degli uffici e delle Facoltà di Lettere e di Giurisprudenza nell’edificio della Ca’ Granda avvenne nel corso del 1958, pochi mesi dopo l’avvio del nuovo corso di laurea in Lingue e Letterature straniere moderne all’interno della Facoltà di Lettere e Filosofia.

Nel 1953 iniziò il percorso verso l’autonomia didattica delle università grazie alla possibilità di includere liberamente negli statuti nuovi insegnamenti complementari; nel 1955, nell’ottica del decentramento amministrativo, vennero demandati alle competenze dei rettori tutti i provvedimenti relativi al personale assistente, tecnico e subalterno prima spettanti al Ministero della Pubblica istruzione. L’approvazione della legge 21 luglio 1961, n. 685, apre l’accesso alle facoltà universitarie ai diplomati degli istituti tecnici previo svolgimento di prove di ammissione e rappresenta il primo inizio di una nuova fase della vita universitaria italiana, contrassegnata dalla lunga tendenza alla crescita accelerata delle iscrizioni e, a partire dal 1968, dalla contestazione studentesca. Questa investì fin dall’inizio la Statale con particolare intensità, con occupazioni e scontri con le forze dell’ordine che si verificarono tra febbraio e marzo del 1968 . Per l’istituzione universitaria milanese fu un periodo di cambiamenti e scelte significative, determinanti per lo sviluppo successivo.

Negli anni ’70 le convenzioni stipulate con 8 poli ospedalieri del territorio milanese ampliarono enormemente le strutture sanitarie per la formazione e la specializzazione dei giovani medici che, fino a quel momento, avevano avuto a disposizione solo gli spazi dell’ospedale Policlinico. L’Ateneo nel 1978-79 arrivò a contare 63.642 studenti, oltre 40mila in più rispetto a dieci anni prima.

Gli anni ’90 segnano per la Statale l’avvio di un processo fondato sullo sdoppiamento delle Facoltà con il numero più alto di iscritti che, grazie a una specifica legge nazionale in materia di megatenei,  ha come esito la nascita dell’Università dell’Insubria e dell’Università Milano-Bicocca. Un altro passaggio fondamentale avviene con la riforma degli ordinamenti didattici che istituisce la distinzione tra corsi di laurea triennali e magistrali. Applicata dall’Università degli Studi già a partire dall’anno accademico 2001-2002, amplia considerevolmente l’offerta formativa che passa da 47 a 74 corsi. Nel 2006-2007 gli iscritti arrivano a oltre 62 mila, ai quali si aggiungono i circa 7mila studenti dei percorsi post laurea. L’Ateneo ha potenziato nel tempo anche il proprio impegno sul fronte del trasferimento tecnologico e dello sviluppo applicativo dei risultati della ricerca scientifica nel contesto economico-produttivo. Impegno che, negli ultimi anni si concretizza nel progetto di realizzazione di un Campus scientifico nel nuovo Milano Innovation District, Mind, l’area che ha ospitato Expo 2015 e che sta per diventare sede di un importante polo scientifico-tecnologico. Il via libera degli organi accademici al progetto, tra il 2015 e il 2016, avvia così un nuovo percorso per il trasferimento delle facoltà scientifiche nel futuro Campus, accompagnato da un progetto di valorizzazione degli edifici e delle aree di Città Studi.

Luigi Mangiagalli, ottobre 1923 – novembre 1926

Baldo Rossi, dicembre 1926 – novembre 1930

Ferdinando Livini, dicembre 1930 – ottobre 1935

Alberto Pepere, ottobre 1935 – luglio 1940

Uberto Pestalozza, settembre 1940 – agosto 1943 (come commissario da ottobre 1942 ad agosto 1943);

Aurelio Candian, settembre 1943

Giuseppe Menotti De Francesco, ottobre 1943 – maggio 1945

Mario Rotondi (prorettore), maggio – settembre 1945

Gian Piero Bognetti (prorettore), settembre – ottobre 1945

Felice Perussia, ottobre 1945 – ottobre 1948

Giuseppe Menotti De Francesco, novembre 1948 – ottobre 1960

Caio Mario Cattabeni, ottobre 1960 – maggio 1966

Giovanni Polvani, novembre 1966 – ottobre 1969

Romolo Deotto, novembre 1969 – ottobre 1972

Giuseppe Schiavinato, 1972 – 1984

Paolo Mantegazza, 1984 – 2001

Enrico Decleva, 2001 – novembre 2012

Gianluca Vago, novembre 2012 – settembre 2018

Elio Franzini, in carica dal 1 ottobre 2018

Vicende dell’archivio

L’archivio ebbe dapprima sede in via S. Michele del Carso, insieme agli uffici amministrativi, al rettorato, alla Facoltà di Giurisprudenza e a quella di Lettere (dal 1925/26). Non è dato di sapere se le carte dell’Accademia scientifico-letteraria confluita nella Facoltà di Lettere e Filosofia, siano tutte giunte nell’archivio universitario al momento del trasferimento di quest’ultima dalla vecchia sede di via Borgonuovo 25. Secondo il progetto del rettore Luigi Mangiagalli, queste strutture avrebbero dovuto avere come sede definitiva il palazzo di via Saldini 50, inaugurato nel novembre 1926, presso la nuova Città degli Studi; ma il nuovo rettore Baldo Rossi optò per una soluzione diversa, motivata principalmente da ragioni di funzionalità e di visibilità, con lo spostamento nel palazzo comunale di corso Roma (oggi corso di Porta Romana) 10, in centro città, del rettorato, degli uffici (e annesso archivio) e delle due facoltà umanistiche. L’archivio fu qui trasferito nell’aprile del 1927 e vi rimase fino all’ottobre 1942. In questo periodo doveva esistere un solo locale adibito ad archivio generale e diversi ‘archivi correnti’ presso ogni ufficio. Con le aggregazioni alla Regia Università nel 1932 del R. Istituto superiore di Medicina veterinaria e nel 1935 del R. Istituto superiore Agrario, pervennero anche i rispettivi archivi, risalenti rispettivamente al 1808 e al 1871. Mentre le biblioteche di Agraria e di Veterinaria rimasero presso le rispettive facoltà in via Celoria negli stessi edifici che avevano ospitato per pochi anni i regi Istituti di Agraria e di Veterinaria, i fondi archivistici, correttamente interpretati come eredità amministrativa, furono trasferiti nella sede centrale di corso Roma. Se in linea generale le carte, come già era avvenuto per l’archivio dell’Accademia scientifico-letteraria, furono mantenute distinte dalle serie prodotte dall’amministrazione universitaria, il rispetto della provenienza non coinvolse però i fascicoli di più recente costituzione, espressione di procedimenti ancora utili alla corrente attività amministrativa. In particolare, il Carteggio articolato su posizioni d’archivio dell’Istituto superiore Agrario fu rimaneggiato abbastanza profondamente, tanto da rendere assai difficoltoso l’attuale ripristino dell’originaria configurazione. Così, la sedimentazione ab origine provvisoria ed empirica delle carte relative alla Gestione commissariale del medesimo Istituto favorì la commistione con i documenti dell’amministrazione universitaria, determinando l’attuale soluzione di un riordinamento condotto secondo criteri logici. Il 24 ottobre 1942 un’incursione aerea con relativo bombardamento danneggiò gravemente la sede centrale universitaria. Pesanti furono le perdite dei fondi antichi della biblioteca della Facoltà giuridica, ma fu coinvolto anche l’archivio e in particolare i documenti della ragioneria. Un passo della relazione del rettore al ministro dell’Educazione nazionale del 16 novembre 1942 illustra sinteticamente la situazione: “Mentre l’ufficio di ragioneria veniva completamente abbattuto e la quasi totalità degli atti distrutta, gli uffici del rettorato e delle segreterie erano solo danneggiati, sia pure gravemente, sicché è stato possibile, in pochi giorni, recuperare tutti gli atti e registri e la maggior parte dei mobili. Tale materiale è stato trasportato nell’aula magna, ove, in via provvisoria funzionano regolarmente tutte le segreterie.” La parziale inagibilità dell’edificio indusse il trasferimento degli uffici in via della Passione 12, sede del Collegio delle fanciulle, a seguito di accordi intervenuti nel dicembre 1942 con la direzione dell’Educandato. La sistemazione presso il Collegio delle fanciulle, intesa come provvisoria, si protrasse in realtà fino al 1958, ossia fino all’inaugurazione della nuova sede di via Festa del Perdono, nell’antico edificio dell’ex Ospedale Maggiore, ceduto dopo la guerra dal Comune di Milano al demanio dello Stato in permuta con il Palazzo Reale. In una relazione sugli uffici amministrativi, non datata ma da far risalire al 1948, viene indicata l’allocazione dei servizi all’interno del palazzo del Collegio delle fanciulle: l’archivio si trovava al primo piano, insieme al rettorato, alla direzione amministrativa, alla ragioneria, alla biblioteca della Facoltà di Lettere. Gli anni compresi tra il 1948 e l’inizio del decennio successivo furono connotati da un intenso lavoro di riassetto dell’archivio. Il momento era favorevole per operazioni di questo tipo, richiedenti sempre un impegno di forza lavoro non trascurabile: la diminuzione repentina del numero di studenti iscritti aveva, infatti, probabilmente reso liberi degli impiegati dalle mansioni della routine burocratica, contestualmente ad una riorganizzazione complessiva degli uffici. Un’articolazione creata ex novo all’interno delle segreterie di facoltà, l’ufficio matricola, divenne il perno su cui gravitò un nuovo sistema di archiviazione dei fascicoli degli studenti cessati, basato sull’impianto dello schedario anagrafico in parallelo ad un nuovo criterio di registrazione delle carriere. La riorganizzazione dei fascicoli personali degli studenti coinvolse anche le omologhe serie degli archivi dell’Accademia scientifico-letteraria, del R. Istituto superiore agrario e del R. Istituto superiore di Medicina veterinaria, serie sicuramente chiuse e quindi non più suscettibili di incremento. Proprio questa considerazione convinse il personale universitario a collocare in ordine alfabetico le pratiche prima ordinate secondo la progressione del numero di matricola, oppure, nel caso dell’Istituto superiore di Medicina veterinaria, a fonderle addirittura nella grande serie dei fascicoli degli studenti dell’Ateneo: entrambe le soluzioni risultavano funzionali al reperimento immediato dei fascicoli e in generale alla celerità del lavoro d’ufficio, ma osservate in una prospettiva storica, erano archivisticamente scorrette. Le attività di ordinamento non si limitarono al versante delle segreterie di facoltà: qui il riassetto fu più profondo e gli effetti più duraturi, ma diversi altri interventi di condizionatura e di parziale riordinamento investirono diverse serie ormai chiuse del complesso archivistico dell’Università: gli spezzoni del carteggio generale dell’Accademia scientifico-letteraria e dell’Istituto superiore Agrario rimasti indenni dalle distruzioni belliche e dagli scarti; il fondo dei campi universitari d’internamento per militari italiani in Svizzera; diverse piccole serie relative ai corsi di perfezionamento e alle scuole istituite presso le Facoltà di Medicina e di giurisprudenza. Lo spostamento definitivo del rettorato e degli uffici nella sede centrale nell’edificio restaurato della Ca’ Granda coincise con l’inizio del processo di delocalizzazione dell’archivio generale dell’Università. Un quadro già non unitario, caratterizzato però dalla compresenza fino all’inizio degli anni Sessanta di due soli rilevanti aggregati, l’archivio generale e l’archivio delle segreterie di facoltà-ufficio matricola, divenne decisamente policentrico per due fattori connessi: il rigonfiamento della produzione documentaria indotto dal forte incremento delle iscrizioni all’Ateneo e la nuova disponibilità di locali nella sede appena acquisita. Nacquero così depositi d’archivio gestiti direttamente dai diversi uffici, che negli anni vennero incrementati da nuovi versamenti che non prendevano la strada del carteggio articolato sul titolario. Le segreterie di facoltà furono maggiormente investite dai problemi di gestione documentaria prodotti dall’esplosione delle iscrizioni: nel 1971 vennero aperti gli sportelli decentrati delle Facoltà di Scienze, Agraria, Veterinaria e di Farmacia (appena istituita) in via Celoria 22, dove venne trasferita buona parte dei documenti delle relative segreterie, senza un piano ben definito. Nel 1972/73, al momento della dislocazione della segreteria della nuova Facoltà di Scienze politiche in via Conservatorio, vennero colà dirottate, per mancanza di spazio nel deposito delle segreterie in via Festa del Perdono, la parte più vecchia della grande serie dei fascicoli degli studenti cessati e gli archivi degli istituti anteriori all’Università, oltre a diversi spezzoni di serie minori. La dispersione topografica dell’archivio coinvolse quindi soprattutto le serie delle segreterie di facoltà, quantitativamente più cospicue, che a quel punto si trovarono dislocate in tre diversi luoghi della città; ma successivamente non risparmiò le serie delle divisioni personale, contabilità stipendi, ragioneria, economato e patrimonio, col trasferimento dei relativi uffici nel palazzo Greppi di via S. Antonio. Infine, nel 1998/99, a seguito del mutamento di destinazione d’uso del deposito di via Conservatorio, la parte d’archivio ivi conservata, che nel frattempo aveva subito i danni di un parziale allagamento, trovò provvisoria sistemazione presso la biblioteca del Dipartimento di Filosofia, ad eccezione del ‘carteggio’ della R. Scuola superiore di Medicina veterinaria, trasferito già nel marzo del 1993 presso la biblioteca della Facoltà omonima, dove è ancora conservato. La gestione particolaristica dei complessi documentari, acuita dalla nascita dei dipartimenti nel 1983/84, ha determinato un’assenza di governo complessivo dell’archivio, alla quale si è ovviato per la parte storica con l’intervento di riordino sfociato nel presente inventario.

Intervento di riordino e inventariazione

Il riordinamento dell’Archivio storico dell’Università degli Studi di Milano ha preso avvio  nell’ottobre 2001, dopo la conclusione di un preventivo censimento di tutto il materiale documentario disseminato nelle varie sedi universitarie; proprio la condizione di dispersione dell’archivio in luoghi diversi ha evidenziato l’utilità di questa preliminare operazione diretta ad una cognizione complessiva della consistenza del materiale archivistico, delle serie eventualmente individuabili, degli estremi cronologici. Nel quadro complessivo delle operazioni di riordinamento, buona parte del lavoro si è concentrata sulla schedatura ragionata della documentazione, volta a ripristinare prima “sulla carta” le corrette sequenze delle unità archivistiche. Quando si interviene su un archivio prodotto da un soggetto istituzionale erede di precedenti istituti e dotato di una robusta struttura burocratica – è questo il caso dell’Università di Milano – uno dei momenti più rilevanti e delicati è rappresentato dall’individuazione delle serie e dei loro reciproci rapporti, serie intese come sequenze di documenti con caratteristiche omogenee in relazione alla natura e alla forma dei documenti o in relazione all’attività svolta, alla funzione, all’ufficio. La difficoltà emerge proprio dal carattere pragmatico e non dottrinario della serie, quale prodotto del concreto processo di sedimentazione delle carte. Ovviamente, più difficoltoso è stato il riordinamento di quelle parti che fin dall’origine, presso l’ufficio trattante, presentavano un sistema approssimativo e non consolidato di archiviazione, o che avevano subito rimaneggiamenti in tempi successivi rispetto alla loro formazione. In diversi casi la corretta individuazione delle serie e delle loro articolazioni interne si è rivelata invece abbastanza agevole, soprattutto in presenza delle registrazioni ufficiali (verbali dei consigli di facoltà, verbali degli esami, registri delle carriere, ecc.): in situazioni di questo tipo – spazio e possibilità di movimento nei depositi permettendo – si è proceduto direttamente al riordinamento dei pezzi, effettuando la schedatura successivamente. Se i punti critici evidenziati dalla fase di schedatura e di riordinamento sono stati quelli della corretta ricomposizione delle serie e del collegamento tra spezzoni ubicati in locali diversi, la fase terminale delle operazioni di riordinamento e la redazione dell’inventario hanno evidenziato difficoltà legate soprattutto ai livelli alti del complesso archivistico: la sequenza delle serie, i loro reciproci rapporti, la corretta individuazione dei fondi e l’esistenza di livelli intermedi tra i fondi e le serie. Non sempre è stato facile risalire da un determinato nucleo documentario al rispettivo ufficio o ente produttore: ad esempio, per il Corso di perfezionamento negli studi sindacali e corporativi l’analisi diplomatica delle unità archivistiche non si è dimostrata risolutiva e solo lo scandaglio storico-istituzionale ha permesso di attribuire con certezza la formazione della serie alla responsabilità della segreteria della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università e non al Circolo giuridico di Milano. L’Archivio storico dell’Università degli Studi di Milano, oltre che indicare l’istituto deputato alla concentrazione e conservazione degli archivi dell’Ateneo, rappresenta anche un complesso documentario con caratteri di unitarietà. Non è quindi assimilabile ad un Archivio di Stato o ad altri istituti di concentrazione di archivi di diversa provenienza e di differenti soggetti produttori, ma è più vicino ad un archivio definibile come “composito” o “recettore”, costituito da un nucleo principale, qui individuato come Archivio proprio, e da Archivi aggregati, “satelliti del nucleo principale” ma non fusi insieme ad esso (o solo parzialmente), prodotti da soggetti giuridici dotati di una riconoscibile autonomia. Il loro lascito documentario, una volta estinti o soppressi gli istituti produttori, è confluito in tempi diversi nell’archivio dell’Ateneo, o perché questo ne ha ereditato alcune funzioni (il caso degli istituti d’istruzione superiore precedenti la fondazione dello Studio milanese), o perché il loro archivio è stato considerato il retaggio documentario di attività amministrative che hanno coinvolto l’operato dell’Università o di suoi rappresentanti (il caso del Consorzio per l’assetto degli Istituti d’istruzione superiore, dell’Eredità Diviani, della Società cooperativa edilizia fra il personale dell’Università). Se quindi l’Archivio storico dell’Università non coincide propriamente con un archivio di  concentrazione, non è nemmeno rappresentabile come un “archivio in senso proprio”, ossia come il risultato dell’attività di un unico ente produttore: non sembra perciò una forzatura trattare le eredità documentarie di ognuno degli enti qui descritti come archivi-fondi dotati ciascuno di una propria individualità. Nella cornice dell’inventario, i profili storico-istituzionali ritagliati sui singoli soggetti produttori e le descrizioni distinte dei fondi costituiscono un immediato riconoscimento di questa individualità Ogni archivio aggregato reca una numerazione progressiva che abbraccia l’intero fondo. Trattandosi di eredità documentarie prodotte da soggetti che hanno cessato la propria attività e di cui non si prevedono ulteriori accrescimenti, diviene assai remota l’eventualità di dover procedere in futuro a rinumerare tutte le serie per l’incremento anche di una sola e viene meno quindi la principale controindicazione alla scelta di una progressione unica, che è certamente il sistema più semplice e chiaro per identificare e quantificare buste, registri e fascicoli, attribuendo ad essi un codice di riferimento univoco. L’Archivio proprio è invece il prodotto di un ente tuttora vivo e una parte rilevante delle serie descritte in questo inventario (sezione storica dell’archivio) proseguono cronologicamente nell’archivio di deposito, per cui è quasi certo che fra qualche anno spezzoni più recenti di serie già presenti nell’archivio storico andranno ad accodarsi alle preesistenze. La numerazione a serie aperte è apparsa qui una scelta obbligata per facilitare l’incrementabilità delle serie presenti nell’archivio storico. La data terminale orientativa del lavoro di riordinamento e descrizione inventariale dell’archivio dell’Università degli Studi di Milano è il 1960/61, in considerazione del fatto che la normativa in vigore (l’articolo 30 del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42) e una prassi consolidata considerano “storica” la documentazione relativa ad affari esauriti da oltre quarant’anni: l’inventario descrive dunque le serie e le unità versate nell’archivio storico o sezione separata, senza in alcun modo voler precludere i successivi versamenti e aggiornamenti dell’inventario, conseguenti all’adozione del termine mobile previsto dalla legge. Il termine ad quem è stato adottato in senso orientativo e non rigido, in più casi anticipando o posticipando di qualche anno i termini iniziali o finali di descrizione, e ciò al fine di limitare il numero delle serie spezzate da una scansione temporale non connessa ad un momento di significativa cesura del quadro istituzionale dell’ordinamento universitario italiano. Serie che prendano avvio in anni alti e che si esauriscano entro il decennio successivo al termine di riferimento sono state interamente incluse nella descrizione. Il grado di analiticità dell’inventario è uniforme all’interno della stessa serie, ma non lo è necessariamente se si passa da una serie all’altra. Generalmente il livello descrittivo adottato è quello del registro o della busta (che viene spesso ad assumere una duplice valenza di unità archivistica e di unità di condizionamento). Non sono infrequenti però i casi in cui la descrizione si ferma al livello della serie e della sottoserie, qualora la sequenza documentaria sia dotata di adeguati strumenti di accesso risalenti alla fase dell’archivio in formazione, oppure sia costituita da documenti omogenei sotto il profilo della natura giuridico-diplomatica (un determinato tipo di atti), o sia formata da una stessa tipologia di fascicoli. Nell’Archivio proprio sono piuttosto rare le soluzioni descrittive svolte fascicolo per fascicolo, più frequenti invece nella parte degli Archivi aggregati. Nel complesso, questo strumento di corredo rappresenta una soluzione intermedia tra l’inventario analitico e l’inventario sommario: si è trattato di una scelta operativa che è sembrata adatta alle dimensioni dell’archivio, allo stato dei fondi – tuttora in potenziale accrescimento per i versamenti dagli archivi di deposito – e alla necessità di disporre di un agile strumento di accesso alle fonti.

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